Ogni relazione che costruiamo nella vita poggia sul sistema motivazionale dell’attaccamento, cioè il rapporto significativo che abbiamo avuto con le nostre figure di riferimento, in primo luogo con la figura materna. Dalla nascita si è spinti fisiologicamente a cercare figure che forniscano non solo cibo ma cura e protezione nei momenti di bisogno o di pericolo. Pertanto il calore e l’affettività rappresentano i motivi principali affinché il bambino possa allontanarsi dalla mamma ed esplorare il mondo ancora sconosciuto, con la sicurezza che possa in qualsiasi momento tornare da lei ogni volta che ne avrà bisogno.
Secondo quest’ottica il sistema di attaccamento e il sistema di accudimento non potrebbero esistere l’uno senza l’altro. Il caregiver, quasi sempre la mamma (ma potrà essere qualsiasi figura di accudimento), dovrà riconoscere i bisogni del bambino, rispondere al suo disagio, evitando o risolvendo stati di stress del piccolo. Sarà prevedibile, coerente e rassicurante, sarà “una base sicura”. Ma quando si può parlare di attaccamento sicuro? L’attaccamento sicuro è quello in cui la relazione è caratterizzata dalla capacità di comunicare in modo aperto, diretto e sano i propri sentimenti e i propri stati mentali, in un clima di collaborazione e serenità.
Il bambino, in questi casi, potrà allontanarsi ed esplorare per poi ritornare ed essere accolto, sentendosi al sicuro nel dimostrare le proprie emozioni e cercando nella sua vita persone in grado di essere affidabili, benevoli e disponibili a dare aiuto. Egli si dirà. ”Io sono degno d’amore, mamma/papà si prenderà cura di me”. E’ questa la base su cui si genererà il senso di fiducia verso il mondo e verso se stesso. La mamma, o chi per lei, sarà la figura che, attraverso la connessione con le esigenze del bambino e quindi manifestando profonda sintonia emotiva, potrà rispondere adeguatamente.
Tuttavia, poiché le figure parentali hanno a loro volta costruito nell’ infanzia una relazione significativa con i propri genitori, molto si gioca sulle esperienze relazionali primarie e sulla loro capacità di aver elaborato il proprio passato e i loro affetti come figli. Infatti, qualora ci fossero ricordi e vissuti irrisolti, i genitori tenderebbero a ridurre il proprio campo di attenzione nei confronti del bambino, per evitare di immergersi nelle proprie memorie dolorose, riducendo comportamenti volti a cogliere e comprendere gli stati d’animo del piccolo.
Per questo a volte alcuni genitori fanno fatica a sostenere il pianto del neonato, in quanto il suo disagio e le sue richieste istintive sollecitano una rievocazione del dolore non elaborato, che resta dentro non adeguatamente integrato con altri vissuti. Di rimando, un bambino con “base sicura”, diventerà un adulto che riconoscerà il suo diritto di esprimere il suo disagio, di muoversi sanamente nelle relazioni sociali manifestando il senso di appartenenza e di affermazione. Avrà piena fiducia di potersi autodeterminare liberamente in uno spazio riconosciuto come proprio e di rispondere e sostenere coloro con cui ha instaurato legami significativi, fra cui i propri figli.
A cura della Psicologa
Brunella Moschitti.
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